Ritorno in Ossola: il Pizzo delle Pecore
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Un mattino fresco e limpidissimo accoglie il mio ritorno in Ossola dopo tanto camminare sui monti Lariani.
Allo slargo accanto alla sbarra, sulla strada che da Cardezza sale all'alpe Marzone, nessuna auto. Poiché questa è probabilmente l'unica via di salita al Pizzo, forse oggi sarò solo.
- Dal punto in cui si lascia l'auto, esistono tre possibilità per salire a Marzone: un sentiero si stacca a sinistra del traliccio dell'alta tensione, una sterrata parte dal tornante successivo, si segue la carrabile privata. Poiché avevo letto che il sentiero è in pessime condizioni e non ho idea di quale giro faccia fare la sterrata (segnalata alla buona), decido di camminare sulla carrabile. Probabilmente il sentiero è stato recentemente sistemato, ma l'asfalto mi consente una progressione rapida e un buon riscaldamento.
- In circa mezz'ora arrivo a Marzone e seguo i cartelli indicanti il sentiero A24. Esiste anche un A22 che, a quanto pare, percorre la valle Oliana e presenta tratti complicati. Come in tutti i mid week trip, sono di fretta, non posso permettermi divagazioni pericolose e pertanto mi mantengo sulla normale.
- Dopo una breve scorciatoia nel bosco, esco ancora su carrabile che, con veloci e ripidissimi tornanti, mi porta all'alpe Coriesco.
- Dall'alpe, seguendo i segnavia, risalgo su sentiero il bosco sino alla Colla Bassa. Questo è il tratto più duro della salita che non molla mai per circa quarantacinque minuti. Il tutto è però addolcito dall'ambiente che si attraversa. In poco tempo la vegetazione muta almeno tre volte, i primi rododendri in fiori fanno capolino e, a volte, sollevando l'ansimante sguardo si ammirano le prime istantanee di bellezza assoluta dove i protagonisti sono i giganti alpini e il solco vallivo sottostante.
- Alla Colla Bassa mi attende un gruppo di capre per niente timide. Certamente simpatiche ma anche un po' invadenti e soprattutto attratte dal mio salato sudore. devo pertanto rimandare la sospirata pausa, a stare qui si rischia un indesiderato bagno. Da questo punto cammino su un lungo traverso con molti sali scendi e devo attraversare due lingue di neve residue, cosa che mi da sempre qualche patema ma che, con calma supero indenne.
- Dopo i nevai si comincia ad intravvedere la Corte di Sopra (altrimenti segnalata come Corte Maggiore), un nucleo di baite ristrutturate splendidamente adagiate in un fornale circondato da vette di cui non conosco il nome. In breve, con un tratto di discesa che fa perdere un centinaio di metri dislivello, pervengo all'alpe.
- Attraversato un ruscello, occorre girarsi per vedere il pizzo, la cui cresta è resa riconoscibile da due grandi ripetitori. Individuati questi, si scorge anche la traccia che sale ad una bocchetta e che si può intercettare liberamente per prati anche senza toccare il nucleo abitato.
- La salita alla bocchetta è piuttosto dura e, arrivato alla stessa mi affaccio su un mega canalone che precipita diretto in Ossola. chissà se è percorribile in inverno e se qualcuno ci ha provato mai.
- Dalla bocchetta volgo a destra e mi imbatto nell'unico, breve, tratto T3 della gita. Esso consiste in un breve traverso erboso e roccioso molto esposto sul canalone. I pochi passi vanno mossi con cautela e, in caso di bagnato, queste precauzioni devono essere accentuate.
- Superato questo tratto delicato, proseguo su un sentierino che percorre la cresta mantenendosi sul lato orientale della stessa. Supero i due ripetitori prima che la via si impenni. Forse perchè un po' troppo precipitoso, in questa zona perdo le tracce e proseguo liberamente su cresta andandomi ad ingurbugliare con una serie di roccette frammiste ad erba che devo giocoforza rimontare con le mani e con grande attenzione. Uscito dallo sperone, in pochi minuti, avendo ritrovato la traccia, sono in cima. Al ritorno ho poi notato che il sentiero non punta le roccette ma resta a destra, a monte di una pianta.
- La cima del Pizzo delle Pecore è proprio spudorata, fa vedere tutto, ma proprio tutto quello che c'è da vedere: l'Ossola, da Mergozzo al Sempione, tutti i quattromila occidentali tra cui spadroneggia, al solito, il monte Rosa con la sua parete Est che sembra di toccarla. Le montagne di Devero, con il Cistella a far da guardiano alla Rossa, al Crampiolo, al Cervandone. E poi le vette della adiacente ValGrande di cui, purtroppo, non sono esperto. Di fronte a questo show, mi soffermo brevemente per la pausa pranzo dopo tre ore e venti di salita.
- Per il ritorno, rinuncio a qualsiasi progetto di circuito ad anello e rientro per la stessa via, salvo qualche, insignificante variante. significativi, invece, restano gli incontri con un giovanotto di vipera e uno di cervo, avvistati di sfuggita, prima di raggiungere l'auto che mi attende da sei ore e mezzo beandosi del suo alternatore nuovo.
Dislivello comprensivo di un centinaio di metri di sali scendi nei pressi di Corte Maggiore.
Tempi comprensivi di pause (circa quaranta minuti complessivi) e andatura no perdiempo.
Sviluppo: 18 km; SE: 34 km.
Allo slargo accanto alla sbarra, sulla strada che da Cardezza sale all'alpe Marzone, nessuna auto. Poiché questa è probabilmente l'unica via di salita al Pizzo, forse oggi sarò solo.
- Dal punto in cui si lascia l'auto, esistono tre possibilità per salire a Marzone: un sentiero si stacca a sinistra del traliccio dell'alta tensione, una sterrata parte dal tornante successivo, si segue la carrabile privata. Poiché avevo letto che il sentiero è in pessime condizioni e non ho idea di quale giro faccia fare la sterrata (segnalata alla buona), decido di camminare sulla carrabile. Probabilmente il sentiero è stato recentemente sistemato, ma l'asfalto mi consente una progressione rapida e un buon riscaldamento.
- In circa mezz'ora arrivo a Marzone e seguo i cartelli indicanti il sentiero A24. Esiste anche un A22 che, a quanto pare, percorre la valle Oliana e presenta tratti complicati. Come in tutti i mid week trip, sono di fretta, non posso permettermi divagazioni pericolose e pertanto mi mantengo sulla normale.
- Dopo una breve scorciatoia nel bosco, esco ancora su carrabile che, con veloci e ripidissimi tornanti, mi porta all'alpe Coriesco.
- Dall'alpe, seguendo i segnavia, risalgo su sentiero il bosco sino alla Colla Bassa. Questo è il tratto più duro della salita che non molla mai per circa quarantacinque minuti. Il tutto è però addolcito dall'ambiente che si attraversa. In poco tempo la vegetazione muta almeno tre volte, i primi rododendri in fiori fanno capolino e, a volte, sollevando l'ansimante sguardo si ammirano le prime istantanee di bellezza assoluta dove i protagonisti sono i giganti alpini e il solco vallivo sottostante.
- Alla Colla Bassa mi attende un gruppo di capre per niente timide. Certamente simpatiche ma anche un po' invadenti e soprattutto attratte dal mio salato sudore. devo pertanto rimandare la sospirata pausa, a stare qui si rischia un indesiderato bagno. Da questo punto cammino su un lungo traverso con molti sali scendi e devo attraversare due lingue di neve residue, cosa che mi da sempre qualche patema ma che, con calma supero indenne.
- Dopo i nevai si comincia ad intravvedere la Corte di Sopra (altrimenti segnalata come Corte Maggiore), un nucleo di baite ristrutturate splendidamente adagiate in un fornale circondato da vette di cui non conosco il nome. In breve, con un tratto di discesa che fa perdere un centinaio di metri dislivello, pervengo all'alpe.
- Attraversato un ruscello, occorre girarsi per vedere il pizzo, la cui cresta è resa riconoscibile da due grandi ripetitori. Individuati questi, si scorge anche la traccia che sale ad una bocchetta e che si può intercettare liberamente per prati anche senza toccare il nucleo abitato.
- La salita alla bocchetta è piuttosto dura e, arrivato alla stessa mi affaccio su un mega canalone che precipita diretto in Ossola. chissà se è percorribile in inverno e se qualcuno ci ha provato mai.
- Dalla bocchetta volgo a destra e mi imbatto nell'unico, breve, tratto T3 della gita. Esso consiste in un breve traverso erboso e roccioso molto esposto sul canalone. I pochi passi vanno mossi con cautela e, in caso di bagnato, queste precauzioni devono essere accentuate.
- Superato questo tratto delicato, proseguo su un sentierino che percorre la cresta mantenendosi sul lato orientale della stessa. Supero i due ripetitori prima che la via si impenni. Forse perchè un po' troppo precipitoso, in questa zona perdo le tracce e proseguo liberamente su cresta andandomi ad ingurbugliare con una serie di roccette frammiste ad erba che devo giocoforza rimontare con le mani e con grande attenzione. Uscito dallo sperone, in pochi minuti, avendo ritrovato la traccia, sono in cima. Al ritorno ho poi notato che il sentiero non punta le roccette ma resta a destra, a monte di una pianta.
- La cima del Pizzo delle Pecore è proprio spudorata, fa vedere tutto, ma proprio tutto quello che c'è da vedere: l'Ossola, da Mergozzo al Sempione, tutti i quattromila occidentali tra cui spadroneggia, al solito, il monte Rosa con la sua parete Est che sembra di toccarla. Le montagne di Devero, con il Cistella a far da guardiano alla Rossa, al Crampiolo, al Cervandone. E poi le vette della adiacente ValGrande di cui, purtroppo, non sono esperto. Di fronte a questo show, mi soffermo brevemente per la pausa pranzo dopo tre ore e venti di salita.
- Per il ritorno, rinuncio a qualsiasi progetto di circuito ad anello e rientro per la stessa via, salvo qualche, insignificante variante. significativi, invece, restano gli incontri con un giovanotto di vipera e uno di cervo, avvistati di sfuggita, prima di raggiungere l'auto che mi attende da sei ore e mezzo beandosi del suo alternatore nuovo.
Dislivello comprensivo di un centinaio di metri di sali scendi nei pressi di Corte Maggiore.
Tempi comprensivi di pause (circa quaranta minuti complessivi) e andatura no perdiempo.
Sviluppo: 18 km; SE: 34 km.
Tourengänger:
rochi

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